L'attenzione internazionale è da mesi concentrata sulla lotta ai cosiddetti paradisi fiscali, considerati causa di gravi disequilibri nell'allocazione delle risorse finanziarie internazionali, a danno non solo delle finanze dei principali paesi industrializzati.
Tale clima di sfavore politico, fortemente sostenuto anche dal Governo USA, ha trovato risoluta conferma nel summit di settembre del G20, che ha individuato la scadenza di marzo 2010 quale termine ultimo per la permanenza di giurisdizioni non disponibili a garantire lo scambio di informazioni fiscali, pena l'applicazione di sanzioni condivise dalla comunità internazionale.
Parallelamente, l'OCSE sta svolgendo un'opera di assiduo monitoraggio degli impegni alla trasparenza fiscale da parte dei singoli Stati, sottoponendo a censimento i singoli accordi bilaterali per lo scambio di informazioni che nel tempo vengono stipulati e che rappresentano la concretizzazione, sul piano giuridico, di tali impegni.
La normativa italiana si attesta, del resto, su posizioni di netto rigore non soltanto con riferimento alle relazioni cross border che vedono come controparti soggetti localizzati in Paesi che garantiscono una forte tenuta della riservatezza fiscale ("segreto bancario"), ma ha introdotto da tempo, e rinvigorito di recente, disposizioni penalizzanti nei confronti delle imprese che delocalizzano la propria attività in modo da trarre vantaggio dai differenziali di livello impositivo (ordinamenti a bassa fiscalità). Peraltro, proprio la normativa nazionale rappresenta il banco di prova per la verifica della corrispondenza tra i principi affermati e condivisi a livello internazionale e la messa in atto degli stessi.
Il Convegno organizzato dall'Associazione ha inteso creare un'occasione di raccordo tra la teoria e la realtà operativa. Muovendo da un esame dei riflessi che il nuovo clima politico può avere per le scelte delle imprese, l'intento è stato quello di verificare la necessità di "correzioni di rotta", in modo da evitare la creazione di nuovi disequilibri. Una fuga dai paradisi fiscali che venga ad esser sostituita da una rincorsa ai paradisi legali, caratterizzati da bassi livelli di controllo, sarebbe probabilmente un risultato assai poco ottimale.


